L’isolamento di Hamas e il ritorno forzato alla soluzione dei due Stati
Una lettura geopolitica nel Medio Oriente post-Gaza
di Pierangelo Panozzo
1. Un cambio di paradigma nel mondo arabo
Per la prima volta dalla nascita del movimento, Hamas non è più percepito dal mondo arabo come una “resistenza ingombrante ma necessaria”, bensì come un ostacolo diretto alla stabilità regionale e alla costruzione di uno Stato palestinese riconosciuto.
La decisione della Lega Araba di condannare esplicitamente l’attacco del 7 ottobre 2023 e di chiedere il disarmo di Hamas e la fine del suo controllo armato su Gaza rappresenta una rottura storica con decenni di ambiguità.
Questo cambio di rotta si intreccia con un secondo elemento: diversi Stati arabi – insieme a una crescente parte della comunità internazionale – hanno riportato al centro del dibattito la soluzione dei due Stati, non più come formula retorica, ma come condizione imprescindibile per la normalizzazione dei rapporti con Israele e per la chiusura del ciclo di violenza su Gaza.
2. La condanna di Hamas: dalla retorica alla pressione politica
Le recenti dichiarazioni arabe non si limitano più a condanne generiche della violenza “da entrambe le parti”. La novità sta nella chiarezza del messaggio rivolto direttamente a Hamas:
•condanna dell’attacco del 7 ottobre 2023, definito esplicitamente come atto terroristico;
•richiesta del disarmo del movimento;
•invito a restituire la rappresentanza palestinese a istituzioni ritenute più legittime, come l’Autorità Nazionale Palestinese o una sua futura versione riformata.
Il messaggio politico è duplice:
1.A Israele: “condanniamo Hamas, ma non la causa palestinese né la prospettiva di uno Stato sovrano”.
2.Ai palestinesi: “la lotta armata incontrollata non gode più del sostegno automatico del mondo arabo”.
È l’inizio di una strategia diversa: una palestinizzazione della questione palestinese, che riduce lo spazio di attori armati e proxy regionali a favore di istituzioni riconoscibili, negoziati e legittimazione internazionale.
3. Doha, i raid mirati e la diplomazia sotto attacco
Il quadro si è ulteriormente complicato con episodi come il raid israeliano del 9 settembre a Doha, nel quale sarebbero stati colpiti esponenti di Hamas e funzionari qatarioti impegnati in colloqui su cessate il fuoco, ostaggi e assetto politico di Gaza. Episodi di questo tipo – reali o percepiti come tali – hanno avuto tre effetti geopolitici immediati:
•aumento delle tensioni tra Israele e Qatar, che per anni ha ospitato la leadership politica di Hamas;
•irrigidimento dei Paesi del Golfo, preoccupati di essere colpiti mentre svolgono un ruolo di mediatori;
•crescente imbarazzo per gli Stati Uniti, che sostengono Israele militarmente ma dipendono da Qatar ed Egitto per i negoziati sugli ostaggi.
Non sorprende che il Qatar abbia più volte minacciato – e in parte attuato – una sospensione della sua mediazione, accusando le parti di mancanza di “serietà” nei negoziati.
4. Washington, Tel Aviv e le frizioni sull’uso della forza
La guerra a Gaza ha messo in evidenza una divergenza strutturale: gli interessi degli Stati Uniti e del governo Netanyahu non coincidono più, nemmeno sul piano tattico.
•A marzo 2024 gli USA non hanno posto il veto a una risoluzione ONU che chiedeva il cessate il fuoco, permettendone l’approvazione.
•Una parte crescente dell’establishment americano – politico, militare e d’intelligence – considera la prosecuzione della guerra “a bassa intensità ma ad alta longevità” come dannosa per gli interessi USA in Medio Oriente.
Al contrario, il governo Netanyahu insiste sulla narrativa della “guerra esistenziale”, rifiutando cessate il fuoco di lungo periodo senza condizioni e affrontando crescenti critiche interne per la gestione della crisi degli ostaggi e per l’isolamento internazionale di Israele.
Il risultato è un triangolo instabile: Washington non può permettere il collasso politico di Israele, ma non può neppure assumersi i costi reputazionali e strategici di una guerra percepita come eccessiva e senza sbocco.
5. Qatar e Turchia: mediatori interessati, non neutrali
Qatar: dalla tutela alla mediazione condizionata
Doha ha per anni combinato l’ospitalità alla leadership politica di Hamas con una stretta cooperazione di sicurezza con gli Stati Uniti. Oggi questa ambivalenza si sta riducendo:
•sotto pressione americana, il Qatar ha accettato nel 2024 di ridurre drasticamente la presenza politica di Hamas nel proprio territorio, pur continuando a mediare su ostaggi e cessate il fuoco;
•la sua mediazione si è trasformata da “protettrice del movimento” a intermediaria pragmatica, interessata alla stabilità regionale e alla sicurezza dei propri asset energetici.
Turchia: retorica massimalista e calcolo pragmatico
Ankara ha assunto toni durissimi contro Israele, fino a minacciare l’invio di truppe per “proteggere i civili palestinesi”.
Tuttavia:
•la Turchia resta un membro NATO con forti interessi economici ed energetici nella regione;
•ha mantenuto rapporti economici con Israele anche nei momenti di massima tensione;
•negli ultimi round negoziali ha cercato di posizionarsi come attore decisivo nel convincere Hamas ad accettare compromessi.
In sintesi, Qatar e Turchia non agiscono da mediatori neutrali, ma da potenze medie che sfruttano il dossier Hamas–Gaza per accrescere il loro peso negoziale verso Washington, Bruxelles e i principali Paesi arabi.
6. Hamas nel 2025: forza militare logorata, capitale politico eroso
Per effetto di raid, assedio e perdita di santuari territoriali, Hamas ha:
•visto distrutte una parte rilevante delle proprie infrastrutture militari e dei tunnel;
•perso quadri esperti e comandanti di lungo corso;
•dovuto decentralizzare la propria struttura operativa.
Il dato geopoliticamente più significativo è però un altro: Hamas ha perso centralità politica.
Il suo ruolo come “avanguardia della causa palestinese” è ora messo in discussione da una porzione crescente dell’opinione pubblica araba e palestinese, stremata dai costi umani e materiali del conflitto e diffidente verso un movimento che non appare più in grado di garantire né protezione né prospettiva politica.
Conclusione
Il Medio Oriente del post-Gaza si trova davanti a un bivio storico.
L’isolamento di Hamas, la svolta della Lega Araba e la pressione internazionale convergono verso una realtà sempre più evidente: la soluzione dei due Stati non è un’opzione ideologica, ma l’unica architettura praticabile per garantire sicurezza, stabilità e riconoscimento reciproco.
Se questa finestra dovesse richiudersi senza progressi, la regione rischierebbe di precipitare in un ciclo di instabilità ancora più profondo, dove né lo status quo né la vittoria totale sono alternative realistiche.
Pierangelo Panozzo
