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Eccidio Vizzola. “Gianni”: quel giorno c’ero anch’io.

Morir di Primavera. E’ l’Eccidio di Vizzola avvenuto il 21-3-1945. E’ ancora  vivo il ricordo di Mario Benaglia detto “Gianni” classe 1925 residente ora a Bedonia.

Quel giorno era al Comando dei Bersaglieri della Divisione Italia a Riccò, con i tre partigiani fucilati. Con lui c’era anche il suo amico Aurelio Bianchinotti, l’ex capostazione di Fornovo. Scortati, in cinque hanno percorso insieme la strada che porta alla Chiesa di Vizzola. Poi all’incrocio con la stradina del cimitero, il Comandante del plotone, ha detto ai due amici di andarsene a casa.

Un taglio di capelli potrebbe aver salvato la vita, a quei due giovani di San Filippo.

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oltre cento bombardamenti su Fornovo, hanno distrutto tutto vicino a casa mia” racconta Gianni “abitavo lungo il borgo piccolo dopo la Chiesa, vicino all’ex caserma dei Carabinieri, dove c’era la ferramenta Taddei, dopo la traversa del Ristorante Pavone. Siamo stati costretti a sfollare”.

Il padre Leopoldo sposato con Bianca Mutti, lavorava nel caseificio di Villanuova a Ozzano Taro. “siamo andati ospiti nella casa dei Rodolfi a San Filippo di Vizzola. Con me c’era Aurelio

Due giovani, due amici, e una brutta avventura. Tutto parte da un’idea. “senti Aurelio, perché non facciamo un buco per nasconderci”. E’ la paura della guerra. Non quella mondiale. Per loro era più pericolosa quella civile tra Italiani. Partigiani contro fascisti. In ballo c’é la libertà di tutti quanti noi.

I Bersaglieri della Divisione Italia, venivano spesso a casa nostra, erano ragazzi di leva della mia classe, mentre Aurelio era più giovane. A loro non importava niente di quello che gli facevano fare. Prendevano ordini. Venivano per tenerci controllati”.

Un giorno bussarono alla porta. E noi dentro al buco. E’ stato un errore nascondersi. Se non eravamo a casa… per loro eravamo sui monti con i partigiani. I miei hanno preso una scusa dell’assenza. La mattina dopo, però dovevamo andare giù, al Comando di Riccò”.

“Siamo corsi subito a Ozzano a tagliarci i capelli per non sembrare partigiani. Loro hanno i capelli lunghi, e anche noi li avevamo così, a rimanere sempre lì. Anche il barbiere aveva paura di esser visto dai tedeschi. Al comando di casa Finadri c’erano dei bersaglieri che andavano avanti e indietro. Non ci hanno chiesto niente. Nel salone d’ingresso, c’erano anche tre ragazzotti”.

“Qualche telefonata, e dopo più di un’ora arriva un bersagliere con un messaggio. Il tenente guarda il foglio e dice – andiamo a Vizzola – . Si parte. Siamo noi due, i tre ragazzotti, il Comandante con una Machine Pistol 43 Beretta, e quattro/cinque soldati con i moschetti. Non avevamo dubitato per nessun motivo quello che sarebbe successo. Andiamo su per la strada non per il sentiero. I tre non erano legati, e non si vedevano segni di botte, come poi hanno detto. Noi due parlavamo mentre loro stavano zitti. Forse dubitavano qualcosa”.

“Dopo essere arrivati all’incrocio della Chiesa e percorso un tratto di strada verso il cimitero, il Tenente/Capitano dice a noi due andare a casa. Dopo un centinaio di metri abbiamo sentito a sparare. Eravamo spaventati e noi non siamo più tornati giù”

“Il Comandante aveva l’ordine di fucilare quei tre che erano partigiani, con noi due non avevano niente, han visto che non eravamo nemici. Non erano esaltati, hanno avuto l’ordine di farlo”

“Dopo qualche giorno è arrivato il Tenente/Capitano a casa mia, da solo, cercando dei vestiti. Voleva scappare. Di vestiti abbiamo solo quelli addosso, gli ho risposto. Butta via anche il mitra e prendi la strada per Monte Bianco, e poi verso Cafragna, forse te la cavi. Gli ho dettoLa guerra stava finendo. Voleva scappare. Ha dovuto farlo. Chi è che non si pente”.

Poi Gianni dice che il Comandante è stato processato, forse condannato.Qualche anno fa, qualcuno gli ha telefonato, dicendo che lui e il prete erano sul campanile, e ha visto che uno dei tre partigiani è caduto prima che gli sparassero. Ma non gli hanno detto chi era realmente.

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